Pubblicato da: italiaintelligente | 16 febbraio 2014

L’Italia e la regola dell’eversione.

In questo Paese ci siamo abituati a percepire come normale, ovvero compatibile con la democrazia, pratiche che di democratico non solo non hanno nulla, ma sono ai limiti dell’eversione.
Giustizia e politica (anche costituzionalmente) stanno su due piani completamente differenti. La giustizia si occupa di giudicare gli atti di soggetti giuridicamente definiti (persone fisiche, società, etc.) in relazione alla legge: se un soggetto viola la legge, il sistema giudiziario deve accertare la verità e comminare le pene previste. Chiunque operi nell’ambito della giustizia quindi è un funzionario di Stato, ovvero un pubblico dipendente assunto per concorso pubblico, che ricopre un ruolo molto importante di “arbitro” a garanzia del rispetto delle regole condivise.
Come possiamo allora accettare che nel nostro Paese sia normale che un “arbitro” del vivere civile possa, durante il suo incarico, appartenere a sindacati politicamente orientati, esprimersi in merito al contenuto delle leggi che applica o addirittura entrare in politica?
Questa è eversione a tutti gli effetti, di fronte alla quale un no-tav che si arrampica su un traliccio di media tensione appare un burlone.

Cosa direbbe un italiano qualunque se sentisse dire ad un arbitro di calcio di tifare per una squadra? Non oso immaginare… Un politico, per contro, è una persona fisica, quindi un soggetto come tutti che risponde davanti alla legge, che viene eletto dal popolo per rappresentarlo e, se parlamentare, per proporre ed approvare le leggi. In altre parole il politico è colui che sulla base di una sua visione della società e dello Stato opera per il cambiamento a beneficio della comunità attraverso la modifica di quel corpo legislativo che i magistrati sono poi tenuti a far rispettare. Come può essere allora che la magistratura interferisca con l’attività legislativa parlamentare di un uomo eletto dal popolo?

In un regime veramente democratico l’eletto, ovvero chi ha assunto un incarico pubblico per suffragio popolare ed ha la facoltà di emanare leggi, DEVE essere intoccabile per tutto il suo incarico. Intoccabile vuol dire che nessun potere dello Stato può interferire con lo svolgimento del suo incarico. Un politico in carica è, e dovrebbe essere, come “prigioniero” del suo incarico di fronte al popolo. Tutto ciò che fa è sotto gli occhi di tutti, è pubblico, e da tutti deve essere giudicato.

Un politico che viola la legge deve essere messo in stato d’accusa come ogni altro cittadino MA il procedimento giudiziario deve essere sospeso, perché nessun potere dello Stato, ripeto, può interferire con il suo incarico. La magistratura può intercettarlo, può chiedere l’acquisizione di ogni suo atto, può tenerlo “in scacco” nella gabbia dorata del suo gabinetto, scortarlo in ogni suo spostamento MA NON PUO’ FERMARLO (se non per reati gravi contro la persona come l’omicidio in flagranza di reato); può fare la lista di tutti i reati per i quali è incriminabile e alla fine del mandato processarlo per direttissima con le aggravanti del pubblico incarico. Naturalmente il principio di immunità è incompatibile con incarichi a vita, che vanno aboliti perché contrari al principio della rappresentanza.

Qualunque interferenza da parte di chi detenga un diverso potere dello Stato, ripeto, è EVERSIONE.

Alla luce dei principi sopra esposti, vediamo cosa accade oggi in Italia.
Abbiamo un partito, il Partito Democratico, che controlla di fatto molti poteri dello Stato, tanto che una decisione di segreteria determina la caduta del governo; abbiamo un Presidente della Repubblica che contatta privati cittadini, esponenti di potenti lobbies private, per una ricognizione privata che riguarda il futuro istituzionale del Paese; abbiamo un segretario di partito che diventa candidato alla Presidenza del Consiglio con la complicità di altri partiti, che quindi a loro volta tradiscono il popolo.
In democrazia un partito conta fino alla elezioni. E’ il “contenitore” comune delle idee, il centro di interscambio culturale, lo strumento per raccogliere consenso. Finite le elezioni, ogni eletto rende conto direttamente al popolo, non, come vorrebbe M5S, al partito: il rispetto del patto elettorale è di ogni eletto con i suoi elettori.

Solamente nei regimi totalitari il partito è partito di governo, decide l’ideologia cui ci si deve sottomettere e promulga leggi che vietano il dissenso. In effetti, oggi in Italia, ci siamo vicini si vedano certi deliri della Boldrini o le proposte di rieducazione di Stato nei confronti di soggetti non in accordo con le aperture della sinistra all’immigrazione o all’omosessualità).
E’ a causa di queste “cattive abitudini” che abbiamo lentamente imparato a percepire come normale che un governo decada sotto i colpi di sentenze, giuste o sbagliate che siano. Vergogna è certamente commettere certi reati, ma è una vergogna che ricade sui soggetti che li commettono e che ne devono rispondere.

Il nostro Paese soffre di una VERGOGNA molto più grande e grave: l’inettitudine politica, professata particolarmente da coloro che per tutta la vita sono stati dediti a consolidare la loro posizione di privilegio in seno alle istituzioni, coloro che, magari avendo ben acquisito gli strumenti dell’esercizio del potere da professori universitari, hanno imparato che non muovere foglia vuol dire riuscire a rimanere sempre dalla parte della ragione, che lottare con la forma giuridica piuttosto che con la sostanza politica sia la miglior garanzia di lunga vita istituzionale.

Un politico invece è un uomo di slancio, di ideali, che vede nella sua mente già realizzato il cambiamento che vuole contribuire a determinare, al quale stanno strette le norme perché crede nel diritto espresso da leggi più giuste ed efficaci, un uomo che desidera il confronto ideale con gli avversari e rifugge la lotta legale perché si sentirebbe un miserabile. Insomma, la politica non la fanno i “contabili” della vita, i topi di palazzo, i meschini che credono che essere onesti voglia dire solamente rispettare i semafori, ma coloro che si danno completamente e che spesso, oggi, rimangono stritolati nei tentacoli di un sistema istituzionale mafioso che osteggia ogni vero cambiamento. A prova di tutto questo, chi sa per esempio cosa ha realizzato il governo Cota o quello Bresso in Piemonte? Credo pochissimi.

U.B.

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